lunedì 18 ottobre 2010

L'odio

Demanaren a l'amic de qui era. Respongué: -D'odi. - De què estàs fet? - D'odi. - Qui t'ha engendrat? - L'odi. - On nasqueres? - En odi - Qui t'ha nodrit? - Odi. - De què vius? -D'odi. -Quin nom tens? - Odi. - Tens cap altra cosa que l'odi? Respongué: -Sí, l'amor que de vegades em fa confondre el nom de les coses.

[Josep Manuel Esteve]


TRAD: Domandarono all'amico di chi era. Rispose: -D'odio. - Di che sei fatto? - D'odio. - Chi ti ha generato? - L'odio. - Dove nascesti? - In odio. - Chi ti ha nutrito? - Odio. - Di che vivi? - D'odio. - Che nome hai? - Odio. - Non hai nient'altro che l'odio? Rispose: - Sí, l'amore che a volte mi fa confondere il nome delle cose.

martedì 12 ottobre 2010

Pou

Pou de Antònia Arbona

A cada graó de la nostra existència hi ha un buit,
Libitina, un abisme per a esmicolar-hi els gestos
ferraterians i estotjar-los en el calaix de la memòria
o en el pou dels records. La lenta corriola del passat
els fa surar dins l'aigua tèrbola i negra. La teva vida
és un rebobinar constant de fets tràgics. Com Fedra o
Antígona.


Has estimbat els records més enllà del límit del buit,
i ara en el fons del pou no hi veus ningú. Sembla la història
de les Danaides. T'han dit que el Minotaure és el monstre
interior, la teva consciència, però ningú no t'ha avisat
que en aquest laberint intern sempre hi vessen,

emmirallades dins el pou, les conques buides dels teus ulls.







lunedì 11 ottobre 2010

Il passero solitario


Il passero solitario di Giacomo Leopardi

D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de’ provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell’aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all’altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

sabato 9 ottobre 2010

Matèries


Matèries (de Joan-Elies Adell)

Com la pluja en la distància m’espanta l’hivern.

I així viatjo o escolto la teva veu

com si es tractés d’una pell amarada.

Allunyar-se, casualment, sense horitzó

i cercar-te, de bell nou, en la solitud

de l’aire, en els trens que t’apropen...

No és el misteri de les coses per ser coses

(els patis, les terrasses, l’aigua que flueix

en el teu interior), ni el desordre del pensament,

allò que possibilita la devallada

sinó la calma dels marges, les petjades

desmesurades del fred, que cauen sobre mi,

carícies com un cos ple d’arbres.

Plou lentament i sento en el meus dits

els ulls de la soledat,

com si la pluja esdevingués hivern

i aquest, cansat, fes trastocar la matèria

del temps.


lunedì 30 agosto 2010

Scusate ancora

Lasciatemi dire un'altra cosa, e poi basta.Non voglio offendervi. La vostra coscienza, voi dite. Non volete che sia messa in dubbio. Me n'ero scordato, scusate. Ma riconosco, riconosco che per voi stesso, dentro di voi, non siete quale io, di fuori, vi vedo. Non per cattiva volontà. Vorrei che foste almeno persuaso di questo. Voi vi conoscete, vi sentite, vi volete in un modo che non è il mio, ma il vostro; e credete ancora una volta che il vostro sia giusto e il mio sbagliato. Sarà, non nego. Ma può il vostro modo essere il mio e viceversa?Ecco che torniamo daccapo!Io posso credere a tutto ciò che voi mi dite. Ci credo. Vi offro una sedia: sedete; e vediamo di metterci d'accordo.Dopo una buona oretta di conversazione, ci siamo intesi perfettamente.Domani mi venite con le mani in faccia, gridando:- Ma come? Che avete inteso? Non mi avevate detto così e così?Così e così, perfettamente. Ma il guajo è che voi, caro, non saprete mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che voi mi dite. Non mi avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell'accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d'intenderci; non ci siamo intesi affatto.Eh, storia vecchia anche questa, si sa. E io non pretendo dir niente di nuovo. Solo torno a domandarvi:- Ma perché allora, santo Dio, seguitate a fare come se non si sapesse? A parlarmi di voi, se sapete che per essere per me quale siete per voi stesso, e io per voi quale sono per me, ci vorrebbe che io, dentro di me, vi déssi quella stessa realtà che voi vi date, e viceversa; e questo non è possibile?Ahimè, caro, per quanto facciate, voi mi darete sempre una realtà a modo vostro, anche credendo in buona fede che sia a modo mio; e sarà, non dico; magari sarà; ma a un <> che io non so né potrò mai sapere; che saprete soltanto voi che mi vedete da fuori: dunque un <> per voi, non un <> per me.Ci fosse fuori di noi, per voi e per me, ci fosse una signora realtà mia e una signora realtà vostra, dico per se stesse, e uguali, immutabili. Non c'è. C'è in me e per me una realtà mia: quella che io mi dò; una realtà vostra in voi e per voi: quella che voi vi date; le quali non saranno mai le stesse né per voi né per me.E allora?Allora, amico mio, bisogna consolarci con questo: che non è più vera la mia che la vostra, e che durano un momento così la vostra come la mia.Vi gira un po' il capo? Dunque dunque... concludiamo.



Da "Uno, Nessuno e Centomila", L. Pirandello

domenica 22 agosto 2010

Filo d'aria

[...]
Andai, con gli occhi chiusi, le mani avanti, a tentoni. Quando toccai la lastra dell'armadio, ristetti ad aspettare, ancora con gli occhi chiusi, la più assoluta calma interiore, la più assoluta indifferenza.

Ma una maledetta voce mi diceva dentro, che era là anche lui, l'estraneo, di fronte a me, nello specchio. In attesa come me, gli occhi chiusi. Ma in attesa di che, lui? Di vedermi? No. Egli poteva esser veduto, non vedermi. Era per me quel che io ero per gli altri, che potevo esser veduto e non vedermi. Aprendo gli occhi però, lo avrei veduto così come un altro?

Qui era il punto.

M'era accaduto tante volte d'infrontar gli occhi per caso nello specchio con qualcuno che stava a guardarmi nello specchio stesso. Io nello specchio non mi vedevo ed ero veduto; così l'altro, non si vedeva, ma vedeva il mio viso e si vedeva guardato da me. Se mi fossi sporto a vedermi anch'io nello specchio, avrei forse potuto esser visto ancora dall'altro, ma io no, non avrei più potuto vederlo. Non si può a un tempo ve-dersi e vedere che un altro sta a guardarci nello stesso specchio.

Stando a pensare così, sempre con gli occhi chiusi, mi domandai:

<<È diverso ora il mio caso, o è lo stesso? Finchè tengo gli occhi chiusi, siamo due: io qua e lui nello specchio. Debbo impedire che, aprendo gli occhi, egli diventi me e io lui. Io debbo vederlo e non essere veduto. È possibile? Subito com'io lo vedrò, egli mi vedrà, e ci riconosceremo. Ma grazie tante! Io non voglio riconoscermi; io voglio conoscere lui fuori di me. È possibile? Il mio sforzo supremo deve consistere in questo: di non vedermi in me, ma d'essere veduto da me, con gli occhi miei stessi ma come se fossi un altro: quell'altro che tutti vedono e io no. Sù, dunque, calma, arresto d'ogni vita e attenzione!>>

Aprii gli occhi. Che vidi?

Niente. Mi vidi. Ero io, là, aggrondato, carico del mio stesso pensiero, con un viso molto disgustato.
[...]

da Uno, Nessuno e Centomila, L. Pirandello